Il 43° Capriccio di Goya

Il 43° Capriccio di Goya

Di Nicola Gay S.J. e Danilo De Luise

In passato non ci siamo voluti soffermare su certe frasi riportate dalla stampa, o meglio, sul loro “contenuto” giacché si sa che spesso, dopo averle dette, queste vengono archiviate come momenti di rabbia o frasi a effetto dette così per dire.

Tuttavia, oggi vogliamo farlo brevemente a partire dalla proposta di creare un elenco delle persone che praticano l’accattonaggio, in sostanza “schedarle”.

Naturalmente non se ne vuole fare una questione personale con chi ha pronunciato le frasi o formulato le proposte, giacché ognuno è libero di dire e proporre ciò che crede prendendosene la responsabilità.

Ed è su questa che vale la pena di soffermarsi un attimo, in un modo facile facile, per esempio consultando on line l’enciclopedia Treccani per ragazzi, che recita: “per responsabilità si intende la capacità di rispondere dei propri comportamenti, accettandone le conseguenze”.

E qui le cose di complicano, perché quando si parla o si propone, come semplici individui, quanto sopra in termini di responsabilità coinvolge solo se stessi, ma quando si ricopre una carica istituzionale si rappresenta, per esempio nel caso di un Comune, la Giunta che lo governa che a sua volta rappresenta o almeno dovrebbe, una città.

In quest’ultimo caso chiamata a rispondere sarà l’Istituzione.

Incitare, anche attraverso il proprio esempio, a comportamenti intolleranti, emarginanti, irrispettosi della dignità altrui o, peggio, violenti (pur se mitigati da un gergo bonario), come avvenuto in passato, è grave se fatto a titolo personale, ancor di più quando, rappresentando un’istituzione pubblica, così facendo si legittimano tali comportamenti.

Pensare di individuare le associazioni e le organizzazioni che lucrano sull’accoglienza ai rifugiati colpendo, di fatto, le persone eventualmente sfruttate suona paradossale. Semplicemente, si potrebbero effettuare controlli sui bilanci e gli stati patrimoniali degli ultimi anni per poi, nel caso, chiedere chiarimenti su eventuali scostamenti o rilevazioni “sospetti”.

Poco vale a mitigare quanto sopra, poi, la bonaria giustificazione del momento di rabbia o di frasi a effetto sempre più care a chi è più attento al consenso che al bene comune. Weber, infatti, ci ha insegnato a distinguere tra l’etica delle intenzioni o dei principi e l’etica della responsabilità o delle conseguenze.

Se la prima giudica un’azione soltanto dall’intenzione che la muove (per cui a questa si deve guardare senza preoccuparsi delle conseguenze), la seconda richiede di giudicare in base alle conseguenze e, quindi, di tener conto di queste prima di intraprendere un’azione.

Va da sé che quest’ultima è quella auspicata in politica e nella pubblica amministrazione.

Ma quello che è più interessante è che il lungo dibattito, la riflessione e lo studio su questo tema negli ultimi secoli ruotano attorno al tema della libertà. Quella libertà che consente a chiunque di noi, semplice cittadino o no, di dire comunque quello che viene in mente lasciando decidere al singolo quanto essere prigioniero della propria ignoranza, ma che non ci ripara dal monito dell’incisione di Goya Il sonno della ragione genera mostri, dove la fantasia priva della ragione crea mostruosità.

Nei casi in questione, poi, non si riscontra nessun esercizio di fantasia, piuttosto un preoccupante riproporsi della storia.

 



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