25 Aprile, festa della Liberazione

25 Aprile, festa della Liberazione

25 aprile – Festa della liberazione

Ricordare e festeggiare la liberazione è importante, per ringraziare tutti coloro che non si sono fermati di fronte al sacrificio, per consentire di vivere in libertà alle generazioni future. Il 25 aprile rimane un anniversario fondamentale, con esso si celebra la liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e l’avvio di quel processo democratico che vide la nascita della Repubblica nella sua Costituzione.
Questa festa ci esorta a ricordare che la liberazione, e di conseguenza la libertà, nasce sempre da un conflitto, da una resistenza che non si può delegare ad altri. Ogni generazione ha la propria lotta di liberazione, e ha il dovere di comprendere come conquistare una libertà più grande, resistendo alle violenze che si presentano e cercando equilibrio nella reciprocità con gli altri, se vuole fare memoria di ciò che è stato.
La vita è cambiamento, e nel cambiamento viviamo la storia con gli altri; questo è il paradigma che ci permette di alzare lo sguardo e scrutare l’orizzonte, oltre il nostro cerchio ristretto, oltre il nostro presente, immaginando il passato e ricordando il futuro.
A partire da queste considerazioni provo ad immaginare i giorni ed i mesi che portarono al 25 aprile del 1945, e parallelamente ricordare coloro che ancora oggi nella battaglia per la libertà incontrano innumerevoli ostacoli. Penso a coloro che, cercando di porre fine a una vita di violenze, cercano di approdare in Europa per restituire speranza alle future generazioni, alle persone che si confrontano con la propria diversità, disabilità o fragilità, a chi si ritrova a vivere in una temporanea situazione di difficoltà o a chi, nato e cresciuto in una situazione deprivata, non è mai riuscito a sentirsi parte della collettività.
Esempi che non compongono una piccola minoranza, ma una parte consistente dell’Italia di oggi. Se da una parte gli esclusi continuano ad essere ostacolati con sempre maggiore intensità, gli inclusi, spaventati da questo confronto, procedono con indifferenza, pensando che la cosa non li riguardi, ritraendosi nella posizione di spettatori, lontani da questi fenomeni e da un tale disordine.
L’individualismo segna distanze ormai importanti tra le persone, che sono sempre più sole ed incapaci di affrontare un’insicurezza sociale dilagante. Simultaneamente assistiamo alla costante e reiterata narrazione di esclusi che diventano nemici, di invasori che insidiano l’umanesimo degli inclusi. Questo doppio movimento ha progressivamente chiuso le porte al cambiamento, compromettendo la rigenerazione del legame sociale. Siamo così diventati una collettività di individui spaventati, incapace di riprodursi, di intraprendere strade nuove, schiava della paura e rivolta ad una tradizione rituale, ad un passato artificiosamente riprodotto, replicato e mai immaginato con lo scopo di costruire nuove possibilità di futuro.
In occasione della festa per la liberazione, interroghiamoci su come possiamo affrontare il nostro presente, in modo attivo, impegnandoci a conquistare una libertà più grande, attraverso una resistenza che sappia orientare il nostro impegno, il nostro stare nel mondo in maniera più consapevole, cercando di prendervi parte dirimendo questo conflitto, affinché non deflagri.
Credo sia bene dirlo. Pensare di volgere lo sguardo dall’altra parte, di non vedere, di rimanere indifferenti significa posizionarsi comunque, forse in modo poco visibile, dalla parte di chi rinuncia alla propria umanità, cioè alla facoltà di discernimento che ci rende umani, compiacendo inevitabilmente la parte che preferisce la chiusura agli spazi di libertà.
Indicando gli esclusi come colpevoli, e abusando della categoria del merito, si concorre a giustificare la violenza come qualcosa di inevitabile e di tollerabile ai molti che rimangono indifferenti. La narrazione che ne consegue diventa parziale, semplice, accessibile, e per questo purtroppo anche convincente. Se un uomo fa affrontare il mare alla sua famiglia in quelle condizioni affidandosi agli scafisti merita il naufragio, se è in quella condizione di miseria avrà pur combinato qualcosa, se lo sarà meritato, se due persone dello stesso sesso si baciano in pubblico e vengono per questo aggrediti in fondo vogliono provocare. Esempi di questo genere purtroppo rivelano un sentire comune, ormai maggioritario, cattivo, prigioniero di una cultura sterile, che rappresenta un’umanità privata della sua tradizione migliore, quella che insegnava ad aprire la porta allo straniero, al diverso, all’Altro, perché attraverso quell’incontro l’umanità poteva crescere.
Festeggiare il 25 aprile consente di riprendere e rilanciare un percorso di umanizzazione in virtù della capacità dell’uomo di continuare a farsi domande, cercando di non sottomettersi alla schiavitù della paura. Per fare questo dobbiamo trovare il coraggio di resistere al racconto, sempre più pervasivo, che si conclude con lo schema dei buoni e dei cattivi e dove l’irregolarità e la novità diventano solo un’emergenza da contenere e risolvere.
La storia insegna altro, a partire dalle piccole storie di ognuno di noi, fino alla grande Storia di cui oggi ricordiamo una data essenziale. Avanzare nel segno di questa celebrazione vuol dire provare a collegare le tante isole di resistenza per costruire una democrazia incarnata, viva, capace di restituire libertà ad ogni essere umano, cercando di riportare la vita delle persone all’interno della comunità. Immaginare il passato per ricordare il futuro, vuol dire infine far cadere quelle separazioni disciplinari e istituzionali, cercando di collegare e tenere insieme le contraddizioni emergenti, percorrendo una strada che è per forza di cose tortuosa e in salita.

 

25 Aprile 2023 – Amedeo Gagliardi



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