1 Maggio, festa del Lavoro

Buon Primo Maggio

1 Maggio, festa del Lavoro

Dobbiamo riconoscere che Luciano Gallino aveva previsto giusto. Già dalla fine degli anni ’90, nelle sue diverse pubblicazioni, invitava a riconoscere che la flessibilità si sarebbe trasformata in precarietà. Con una metafora efficace, paragonava la discussione sulla flessibilità all’ipotetica discussione di un equipaggio che in mezzo all’oceano discutesse animatamente delle modifiche da apportare al logo delle vele, anziché predisporre le misure per far fronte all’imminente tempesta. La tempesta derivava dall’aver messo in competizione tra loro il mezzo miliardo di lavoratori del mondo che avevano goduto per alcuni decenni di buoni salari e condizioni, con un miliardo e mezzo di nuovi salariati che lavorano in condizioni orrende e salari miserandi.

Come previsto, oggi il lavoro è diventato merce di un mercato globale che rende i lavoratori sempre più precari. Un mercato che scambia l’essere delle persone con un avere sempre più povero, quasi fosse nell’ordine naturale delle cose. Si calcola che nel nostro paese il 12% dei lavoratori, circa tre milioni, sono working poor: persone che pur lavorando rimangono sotto la soglia degli 11.500 euro l’anno, circa 950 euro netti al mese, non riuscendo a vivere in modo dignitoso.

Dopo la prima tempesta ne sono arrivate altre: crisi dei mercati, pandemia, guerre in corso. La discussione sulla flessibilità è finita, caduta nell’oblio, per contro sono rimasti milioni di lavoratori isolati, poveri ed in situazioni di lavoro precarie.

Questo è il contesto nel quale anche l’Associazione San Marcellino si è mossa in questi anni, attraverso l’area dell’educazione al lavoro. Seguo l’area dal luglio del 1996 ed in questi quasi trent’anni abbiamo osservato non solo un impoverimento delle condizioni dell’inserimento lavorativo delle persone ma anche un degrado dei valori che rappresentavano le condizioni per costruire un incontro tra le persone più fragili ed il mondo del lavoro.

Sempre Gallino ci ricorda che quando il lavoro diventa merce, di fatto si sancisce la separabilità del lavoro dalla persona, determinando, aggiungo io, un accesso ancora più difficile per le persone più fragili. Solo trent’anni fa potevamo ancora intendere lo sviluppo della persona nella sua migliore articolazione, insieme alla collaborazione di una società, (Art. 3 della Costituzione – “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…”), che favoriva percorsi di cittadinanza anche per le persone più fragili. Oggi osserviamo che il lavoro, diventando merce, è stato privato della sua natura originale, (Art. 1 della Costituzione – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro…”), scambiandolo al massimo con strumenti di sicurezza sociale, vedi reddito di cittadinanza, chiudendo quella porta che si era provato ad aprire, anche in San Marcellino, con le persone in condizione di senza dimora.

Provo a dare qualche numero per restituire un’idea del punto di osservazione dell’Associazione.

Dal 1988 sono state aperte presso il Centro di Ascolto di San Marcellino circa 8200 cartelle per altrettante persone. Di queste circa 2100 persone hanno fruito di assistenza alloggiativa, di queste ancora circa il 10%, per la precisione 218 persone, ha partecipato ad un percorso di educazione al lavoro nei laboratori, 38 hanno tentato un passaggio nel mondo del lavoro attraverso l’esperienza di borsa lavoro e di queste 17 persone l’hanno conclusa con un’assunzione.

Costruire percorsi di avvicinamento al lavoro vuol dire provare a trasformare una rappresentazione della realtà, cristallizzata nella società e di conseguenza anche nel mondo dell’assistenza. Una rappresentazione fatta propria dagli ospiti ma spesso anche dagli operatori, che confina gli individui in una sola funzione assegnata. Una rappresentazione da provare a trasformare, se si vuole produrre cambiamento, agendo uno sconfinamento attraverso una relazione che riconosca la persona e non solo il suo bisogno, avviando un processo di soggettivazione.

Detto così sembra semplice ma in realtà questo cambiamento è una vera rivoluzione, oggi ancora più complessa viste le nuove condizioni ambientali. Un cambiamento faticoso per una persona che si trova in una posizione di assoluta subalternità, e non sente il diritto di sentirsi in diritto. Questa rivoluzione chiede di passare dalla posizione del bisogno alla posizione del desiderio, dalla posizione del trovare a quella del desiderare: un posto nuovo dove vivere, relazioni significative, reciprocità, legami, per poter nuovamente sentirsi parte. Qualcosa di davvero complesso, che richiede fiducia ed energia. Dopo anni di abbandono e di relazioni costruite sul bisogno, è difficile tentare una strada che appare incerta, rischiosa, perchè difficile è pensare che il mondo intorno a te sia davvero interessato e disponibile a restituirti questa possibilità.

Negli anni come operatori, e con la necessaria gradualità, abbiamo cercato di far crescere la fiducia in questa strada ed in qualche modo, nonostante il mondo sia andato in altra direzione, continuiamo a credere che valga la pena tentarla. Osserviamo però come il contesto sia diventato sempre più ostile. E’ diventato difficile anche immaginare di aprire un incontro tra le persone ed il mondo del lavoro. Solo dieci anni fa avevamo ogni anno almeno due-tre persone in borsa lavoro, nell’ultimo anno nessuna. Il futuro possibile nella dimensione del lavoro sembra sempre meno possibile, e tanto meno desiderabile. Si ricevono proposte di lavoro sempre più imbarazzanti: lavori che durano solo qualche mese, part-time a bassissima remuneratività e con orari spezzati, due ore qui, due ore là. Difficile insomma ingaggiarsi in percorsi così precari e privi di prospettive, soprattutto per persone che hanno superato ormai i cinquant’anni. Confesso che anche per me il senso di solitudine e di frustrazione nell’intraprendere questa strada è aumentato notevolmente.

In questo contesto continuiamo ad operare con i laboratori, una “no men’s land” come già l’aveva definita il Professor Maurizio Bergamaschi anni fa, dove comunque poter scambiare senso, riconoscimento, desiderio, fiducia e provare nel frattempo a migliorare le altre dimensioni del vivere: quelle dell’impegno per un compito preso con altri, dell’abitare, delle relazioni, dell’autonomia possibile, del tempo libero. In questo modo continuiamo a tentare percorsi che pur escludendo il confronto con il lavoro vero, mantengono la possibilità di migliorare la qualità della vita. Certo tutto questo viene agito in un territorio separato e poco collegato. In un territorio che si restringe e che rischia o forse è già diventato marginale.

Festeggiare il lavoro in questo territorio assume un sapore amaro, il sapore di un orizzonte sempre più lontano, irraggiungibile, di un desiderio frustrato, di una dimensione spogliata dal suo senso originario, quello di partecipazione ad una collettività, tradita da una globalizzazione disumanizzante.

Un lavoro che diventando merce viene consumato nella progressiva indifferenza, solitudine ed insoddisfazione che il suo consumo produce, non solo dalle persone più fragili.

Amedeo Gagliardi,  1 maggio 2024

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